Archivio di September, 2010

Del tetrapack e di altri demoni

Un litro di aguardiente antioqueno o di ron di Medellin a meno di 30.000 pesos in confezioni in tetrapack. Fotografato ieri in un supermercato della catena ‘Exito’. Così non si risolve la crisi dell’aguardiente. Così si accelera la sua nemesi.




Orson Welles, John Wayne, Ernest Hemingway e la nemesi dell’aguardiente

Una sera ceno con Giacomo Scarpelli e un gruppo di suoi amici in una pizzeria di Trastevere. Ad un tratto scopro che la ragazza seduta al mio fianco è la figlia di Orson Welles. Sposto il piatto e comincio ad assediarla di domande – non esiste rompiballe più grande su tutta la terra di un cinefilo che casualmente conosce la figlia di Welles in una pizzeria di Trastevere. Ma lei, probabilmente supervaccinata a questo genere di assedi, asseconda la mia petulanza con una gentilezza a dir poco commovente e tra una supplì e un sorso di Genzano comincia ad arabescarmi una galleria di strepitosi aneddoti. Come quando una sera, all’hotel Bolivar di Lima, suo padre buttò giù 42 pisco di fila. “Pisco o Pisco sour?” - le chiedo inorridito, perché 42 Pisco sour vorrebbero dire. oltre a una sbronza colossale, 42 albumi d’uovo che ti sciabordano nello stomaco. Non si ricorda. O più semplicemente non sa che differenza ci sia tra i due Pisco. Un altro che adorava il Pisco era John Wayne. La sua terza moglie, la peruviana Pilar Pallete, ricorda che una sera del ’53, sempre all’Hotel Bolivar, suo marito, un produttore e una delegazione di giornalisti peruviani scolarano tanti di quei Pisco Sour che per un giorno e mezzo le cucine del Bolivar non furono in grado di servire nemmeno un uovo sodo. I liquori sudamericani e caribeñi istigano alle prodezze etiliche, basti pensare ad Hemingway. Quando viveva all’Havana, al Floridita non beveva mai meno di 20 daiquiri e se qualcuno lo molestava mentre era seduto al banco, Hemingway gli tirava un cazzotto. Al momento del congedo, se Hemingway aveva dimenticato il thermos a casa, i barman del Floridita gli preparavano un enorme bicchiere congelato coperto con un tovagliolo e pieno raso di daiquiri così che potesse bere sulla strada del ritorno.

Non conosco, invece, aneddoti così eccellenti sull’aguardiente colombiano. Per certo Escobar preferiva stordirsi di cocaina e di hormigas culonas, specialmente da quando il suo medico personale gli aveva assicurato che macinate e ridotte in polvere erano l’afrodisiaco più prodigioso di tutta la terra. Shakira non mi sembra un soggetto da aguardiente. Garcia Marquez, forse quando era più giovane, e frequentava i bordelli della costa in cerca di orgasmi sassosi e tribolati. Oggi che è in pieno autunno da patriarca lo vedo più a suo agio con un bicchiere di succo di nispero o con una tazzina di caffè decaffeinato. La verità è che mentre un tempo l’aguardiente era per un colombiano liturgia quotidiana, e per chi emigrava, le sue radici, oggi si beve sempre di meno. Gustavo Arango Guerra che distribuisce l’aguardiente antioqueño nel dipartimento di Bolivar mi confida che a mettere in ginocchio l’aguardiente sono state la birra e il vino. “Un tempo c’era chi pasteggiava con l’aguardiente. Lo beveva in un bicchiere largo, senza ghiaccio, puro, con tre sole gocce di limone. Ma il sapore d’anice dell’aguardiente fa a pugni con tutta la comida colombiana – ha ragione: provate a mangiare un gran bollito misto innaffiandolo con bicchieri di Sambuca o una grigliata di pesce insieme a una caraffa d’ouzo. E’ semplicemente nauseante – Nel giro di pochi anni abbiamo visto lievitare il consumo di vini cileni, argentini, spagnoli, di ron e di distillati stranieri, mentre la vendita l’aguardiente è tracollata del 60%. “. “E quindi?” ” O si rinnova o muore. Dobbiamo imparare moltissimo dai peruviani che hanno difeso il loro Pisco da quello cileno investendo sulla qualità e sulla distillazione arigianale. Dobbiamo renderlo più soave. Meno zucchero, meno anice, ma soprattutto meno alcol. Il nostro aguardiente potrebbe essere un ottimo aperitivo e un’ottima base per cocktail ma dobbiamo insegnare ai colombiani a berlo diversamente” .




Il consommé è mille volte meglio dell’alkaseltzer

 

Sono in una bellissima discoteca all’aperto in Calle del Arsenal. Dai bastioni delle mura vedo tutta la Bahìa de las Animas e i grattacieli illuminati di Bocagrande e di El Laguito. Una cameriera si china sulla mia accompagnatrice con un vassoio colmo di ciotoline fumiganti e le sussurra qualcosa nell’orecchio. Lei scuote il capo e la congeda con un sorriso. “Che c’era in quelle ciotoline?” – le chiedo. “Consommé” – mi risponde lei. Le cameriere passano ogni mezz’ora con vassoi di consommé bollente per mitigare le sbornie dei clienti. Come in Messico si mangia menudo dopo una notte borrachera, o in Perù, che non appena si esce da una discoteca ci si infila nella prima carpa a sorbire un salvifico caldo de gallina




Coco Loco… disaronizzato

 

 

L’arcipelago delle Islas del Rosario è una delle attrazioni più ambite dai turisti che vengono a Cartagena. Un arcipelago di 27 isole e isolette, alcune di una piccolezza disarmante, in cui persino la presenza un’amaca o di una tenda creerebbero enorme impaccio. Ci si va per immergersi nelle sue acque color smeraldo, per nuotare nei labirinti di corallo delle sue barriere, per schivare razze, delfini e pesci dalle livree cangianti. Nella minuscola Isla de San Martin de Pajarales c’è persino un oceanario che per 15mila pesos offre spettacoli coi delfini e visioni di tartarughe, razze e piccoli squali. Purtroppo il riscaldamento delle correnti marine ha eroso le barriere coralline delle Islas e lo spettacolo non è più malioso come in passato. Molto meglio le Islas de San Bernardo che si raggiungono da Tolù (3 ore di bus da Cartagena), capoluogo del Golfo di Morrosquillo, famosa per il suo lunghissimo malecon straboccante di bar, ristoranti, bancarelle. Sull’Isla de l’Encanto ho bevuto uno strepitoso coco loco… disaronizzato. In quel cocco ci va di tutto, come nella pizza che mangiava Muriel Hemingway in ‘Manhattan’. La sua acqua, il latte del cocco, la panna (Parmalat; qui la Parmalat impera grazie a Tino Asprilla) ciliegie sotto spirito, ron bianco, ghiaccio e al posto dell’aguardiente, un goccio di Disaronno. Delizioso.




Disaronno… in un sospiro

C’è un dolce peruviano che mi fa impazzire. Si chiama suspiro a la limeña ed è fatto con dulce de leche, meringa e cannella. La leggenda vuole che a crearlo sia stata la moglie del poeta peruviano José Gálvez Barrenechea . Quando Galvez lo assaggiò per la prima volta, trovò che avesse la soavità e la delicatezza di un sospiro femminile. Da qui il suo nome. Roberto Yui, uno chef peruviano che si è messo in testa di convertire la Colombia alla religione del ceviche, ha rivisitato il suspiro con un tripudio di frutta – dadolata di polpa di cocco, cubetti di mango, fragole, scaglie di guanabana – e un sospiro di Disaronno. Centomilavolte più ghiotto dell’originale