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Evaristo Marquez – Non tutte le favole riescono col buco

In un villaggio dell’entroterra colombiano, Palenque, ho incontrato, intervistato e filmato Evaristo Marquez. Il reportage uscira’ nei prossimi giorni su ‘La Stampa’. Un’anteprima per Disaronnoways…

Dopo l’Oscar per la ‘Battaglia di Algeri’ Pontecorvo decise di girare ‘Queimada’, la storia di una rivoluzione in un’isola immaginaria dei Caraibi. In ‘Queimada’ tutto era grandioso. Dieci mesi di lavorazione in quattro continenti – dalla Colombia al Marocco, passando per le Isole Vergini, il Nord della Francia e Cinecitta’- un budget faraonico, la Warner come distributore e il piu’ grande attore del mondo, Marlon Brando, come protagonista. Pontecorvo, che in un primo tempo aveva pensato a Burt Lancaster e a Richard Burton, rimase stregato dal volto e dal magnetismo di Brando. Brando, a sua volta, vedeva Pontecorvo come un magnifico sciamano e pur di girare ‘Queimada’ rifiuto’ di lavorare con Lean e con George Roy Hill che lo voleva per ‘Butch Cassidy’. Mancava solo un tassello, l’attore di colore da affiancare a Brando. Incassato quasi subito il no di Sidney Poitier, Pontecorvo fece la scelta neorealistica di cercarlo in Colombia, a Cartagena, dove avrebbe girato gran parte del film, ma nessuno degli attori che provino’ lo convinse. Cosi’ decise di avventurarsi nell’entroterra e in una finca alle porte di Palenque fu folgorato da Evaristo. Gli chiese di scattargli delle fotografie, Evaristo gli rispose che doveva mungere le sue vacche. Pontecorvo lo attese per piu’ di un’ora, poi quando torno’ gli scatto’ una ventina di foto. Provo’ a spiegargli che erano per ‘Queimada’, che forse avrebbe lavorato a fianco di Marlon Brando, ma di fronte allo sguardo stralunato di Evaristo, cambio’ discorso. Come confido’ piu’ tardi a un giornalista del ‘New York Times’: ‘Evaristo had the correct face, the correct presence, but we had to teach him even to walk. He had no idea what we were doing’.




Quella galassia inesplorata che e’ il vino italiano in Colombia

Colombia, 1998. Il mercato dei distillati e della birra e’ nelle mani di una decina di importatori. Due soli, invece, si occupano di vino, un piccolo arcipelago in cui il Cile e’ egemone con una trentina di etichette – Castillo del Diablo, Gato Negro, Santa Rita. L’artefice della svolta e’ il Carrefour di calle 80, nella zona sud di Bogota’. Inaugura il primo wineclub colombiano e per promuoverlo chiede ad aziende sudamericane ed europee un buon vino da vendere a 5.000 pesos. In cambio si impegna a comprarne 50.000 bottiglie a settimana. La spunta un’azienda spagnola. Il successo e’ cosi’ clamoroso da prendere in contropiede gli stessi ideatori del wineclub. La seconda settimana Carrefour passa da 50 a 350mila bottiglie. Presto anche le altre grandi catene di supermercati – Carulla, Exito, Olimpica – imitano l’esempio di Carrefour e la moda del wineclub inizia a dilagare. Cinque anni dopo gli importatori di vino sono diventati piu’ di 50 e le etichette distribuite un migliaio contro le trenta del 1998. L’arcipelago e’ diventato un continente nel quale gli appassionati di vino colombiani iniziano a smarrirsi. Prima si destreggiavano senza apparente difficolta’ tra un merlot, uno chardonnay, un cabernet. Adesso sono messi alle corde dall”indecifrabile Sangiovese, dall’arcano Pinot nero, dal selenitico Tempranillo. La passione per il vino c’e', manca la competenza, non esistono riviste specializzate, testi sul vino, corsi di degustazione, scuole di sommelier. Il boom si ridimensiona, l’entusiamo si raffredda. Ma nel 2007 la passione ritorna prepotente. Nasce il primo Diplomado di sommelier grazie a Jose Rafael Arango un avvocato bogotano che partito per il Cile per un master in scienze politiche, scopre il vino e abiura la giurisprudenza in favore dell’enologia. Nello stesso anno a Bogota’ viene inaugurata la scuola argentina di sommelier. E nelle librerie esplode la febbre dell’enologia. Nel 2003 si contavano solo 4 manuali. Nel 2007 vengono pubblicati piu’ di 50 libri. Nelle televisioni e sui giornali tengono banco sommelier come Olga Herrera, Armando Peñalosa, Cesar Jimenez. Nel 2010 nasce l’associazione sommelier colombiana, subito riconosciuta dall’APAS, l’associazione sommelier panamericana. Il consumo di vino cresce, soprattutto a Barranquilla, Cartagena, Cali, Bogota’, Cucuta e Medellin. I corsi di degustazione si moltiplicano. Le banche lo regalano ai nuovi correntisti. Nelle case della costa, dove il clima e’ spesso nemico del vino, il nuovo status symbol e’ una cantina da mostrare agli amici.

L’ambasciatore storico del vino italiano in Colombia e’ l’Enoteca di Cartagena. Il primo amarone che i colombiani bevono lo importano i suoi titolari che sono anche i primi a commercializzare in Colombia il Crystal Roederer. Ma l’age d’or dell’Enoteca termina quando i suoi titolari, travolti da guai giudiziari, sono costretti a passare la mano. Grazie a loro, pero’, il vino italiano e’ uscito dalla nicchia e ha incominciato a riscuotere entusiatici consensi. Eduardo Herueda diventa l’importatore di Ricasoli e Frescobaldi. Luis Roberto Galan di Antinori. Ma e’ il suo prezzo a frenarne l’ascesa sul mercato colombiano. Piu’ caro persino di quello francese. Il piu’ caro insieme al vino neozelandese e a quello australiano. E oltre al prezzo, e’ frenato dall’assenza di una strategia di marketing, di persone in grado di promuoverlo, di professionisti del settore che sappiano farlo apprezzare ai palati ancora acerbi dei colombiani. A me, ad esempio, e’ capitato di partecipare a un corso di degustazione di Chianti della Antinori in cui un sommelier improvvisato decantava nel suo bouquet una bella freschezza agrumata neanche si trattasse di un pecorino di Cataldi Madonna. Per i colombiani il vino italiano resta ancora una galassia inesplorata. Nessuno conosce il Nero d’Avola. Se dici Chianti, quasi tutti pensano ai fiaschetti impagliati della Ruffino. Riveriscono il Sangiovese neanche fosse un parigrado dell’Amarone. Infine, le tasse. Il trattato di libero commercio beneficia i sudamericani, come argentini e cileni con tasse intorno al 12% ma stanga europei, australiani, neozelandesi e statunitensi costretti a pagare quasi il doppio.




Cialis all’amatriciana

Le farmacie qui si chiamano droguerias. Nel centro di Cartagena e nei quartieri piu’ esclusivi della citta – El Laguito, Crespo, Bocagrande, Manga, dove abitava il Florentino Ariza di Garcia Marquez – somigliano piu’ o meno alle nostre farmacie. Ma non appena ti lasci il centro alle spalle e ti avventuri nei barrios piu’ popolari la musica cambia. Qui le droguerias, in pieno giorno come nel cuore della notte, sembrano minuscoli Fort Alamo in cui i farmacisti lavorano protetti da spesse inferriate di ferro. Come sub asserragliati in una gabbia antisqualo. Tu chiedi un farmaco e loro te lo passano da un pertugio, giusto per ricordarti che in Colombia non sono mai rose e fiori. A Bocagrande ho fatto amicizia con un farmacista. Appena gli dico che sono italiano mi chiede se mi serve del Cialis. “Cialis? E perche’?” – rispondo io. Con un sorriso malizioso mi spiega che gli italiani che sbarcano a Cartagena il Cialis non lo consumano lo divorano, come i cinesi fanno col riso.