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Quando gli aromi diventano apostrofi

 

Quando si tratta di raccontare il cibo i sudamericani è come se avessero un’altra marcia. Prendete Jorge Amado. Aprite un suo romanzo a caso, non importa quale, e non importa a che pagina, vi imbatterete di certo nella descrizione di un cibo, di bancarelle stipate di fastosi piatti di cocco e di olio di palma, di negre che ancheggiando maliosamente, gridano ai passanti la bontà delle loro noccioline tostate e del loro acarajé, di liti familiari sedate con la dolcezza di un frutto chiamato jaca, di veglie funebri in cui ci si disinteressa della salma e ci si lascia trasportare dal ricordo goloso di una sublime moqueca di razza. In Amado, i fagioli non sono fagioli come nei libri dei suoi colleghi, sono inferno e paradiso, rallegrano i bimbi della spiaggia, rendono memorabili i matrimoni cucinati nella feijoada, ma servono anche alla Polizia per seviziare Pedro Bala in prigione. Persino i baci nei libri di Amado sono ‘commestibili. Qui hanno il profumo degli scampi, là, il gusto del peccato e dell’ambrosia fatta in casa. E quando si muore nei libri di Amado, si muore davanti a una monumentale zuppa di pesce, il che però non impedisce agli altri commensali di portare a termine la cena. Col trascorrere degli anni il cibo tracima nelle pagine dello scrittore brasiliano come nelle tele dell’Arcimboldo; col cibo Amado spiega la sua umanità meglio di quanto un milione di aggettivi o un miliardo di metafore gli avrebbero permesso di fare. Amado sembra descrivere il mondo da una grande cucina e nella grande cucina reinventa la sintassi della sua prosa. Così le estasi olfattive diventano punteggiatura, i profumi punti esclamativi, i colori virgole, gli aromi e le spezie apostrofi, e così via.

Anche la Allende ha questo dono. Non appena sfiora l’argomento cibo, la sua penna entra in uno stato di grazia. Anni fa sbarcò alle Isole di Pasqua e fu testimone di un prodigio: la preparazione del curanto. Del racconto della Allende mi intrigò il finale : ” …I primi sono i lebbrosi che aspettano a una certa distanza. E così dalla fossa emergono gradualmente strati di tesori : i frutti di mare, la carne, le verdure e in ultimo, per finire, il brodo raccolto nelle marmitte di coccio che viene servito bollente in bicchierini di carta. Un sorso equivale a mezza bottiglia di vodka liscia. Chi ha assaggiato questo brodo, un’essenza concentrata di tutti i sapori della terra e del mare, non potrà più rassegnarsi ad altri afrodisiaci. Nessuno può descriverne il sapore, si può parlare solo del suo effetto : un’esplosione di dinamite nel sangue” .

Anche nelle pagine del colombiano Garcia Marquez il cibo regna sovrano. Quando spiove la domenica a Santa Fé, le famiglie invadono i prati con i loro bambini e con canestri colmi di porcellino arrosto, pancetta al forno, sanguinaccio con riso (la morcilla) e patate cosparse di formaggio fuso. I condottieri che cenano a Honda bevono solo un bicchierino di porto e assaggiano appena la zuppa di tartaruga di fiume che lascia nella loro bocca un sapore sventurato. Fermina Daza quando va a far spesa nel centro di Cartagena stappa un barile di aringhe sotto sale che le ricordano le notti del Nordest, quando era bambina a San Juan de la Ciénaga, assaggia una salsiccia di Alicante al sapor di liquirizia, compra baccalà e un fiasco di ribes sottospirito, si strofina foglie di salvia e di origano sui palmi delle mani, compra sei dolci d’ogni tipo – sei mandorlati, sei spumoni, sei cassatine, sei ciambelle di manioca, sei croccanti di sesamo, sei cotognate, sei bocconi della regina. Per i pranzi di nozze ci si procura le galline vive della Ciénaga de Oro, famose in tutto il litorale non solo per la loro grandezza e il loro sapore, ma perché ai tempi della colonia becchettavano in terre alluvionali, e nel ventriglio avevano pietruzze di oro puro. Cani cenerognoli con una stella sulla fronte irrompono nei budelli dei mercati e travolgono rivendite di fritture, vecchi amanti si rifanno vivi mentre le loro donne stanno cucinando melanzane ripiene, sui battelli l’aria è fetida perché filze di carne salata e di pesci bocachico affumicati pendono dalle tettoie delle chiatte, con trascuratezza. E a Valledupar ci sono sempre case con le porte aperte in cui distendersi su un’amaca o degustare un sancocho trifasico appena tolto dal fuoco