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Il make-up gastronomico di Ismael Lopez

In una vita spesa quasi interamente in viaggio ho avuto il privilegio di incontrare cuochi eccezionali e di godere della loro stima e della loro amicizia. L’auvergnat Roger Vergé prima di approdare a Mougins viaggiò e lavorò a lungo nei Caraibi e in Africa. Maghreb e Kenya dal ’53 al ’60, successivamente Antille e Giamaica. Una sera parlammo proprio di questo. Parlammo del jerk giamaicano, degli overproof rum, del vino allo zenzero, del mannish water, dei nomi bizzarri che i giamaicani coniano per i loro piatti. Il giorno dopo Vergé mi offrì i tropici in 11 portate, un pranzo indimenticabile in cui rivisitava tutti i sapori, i paesi e le cucine di cui avevamo parlato la sera prima. Jerk compreso. Anche più ghiotto di quello di Walkerswood.

A Herzliya, la Capalbio di Israele, l’amico e chef Erez Komarovsky infranse un lungo periodo di astinenza dai fornelli – nel suo ristorante ormai ci veniva solo da manager, lasciando agli altri il compito di cucinare – e mi strabiliò con grandi numeri di prestidigitazione gastronomica – un ricordo su tutti, i falafel più eccezionali assaggiati in 50 anni di scorribande enogastronomiche. Lunghi e affusolati come Montecristo cubani. Incapaci di lasciare sui tovaglioli anche un solo alone di unto, mentre in tutto il resto del paese i falafel disegnavano sacre sindoni di untume sui tovaglioli.

A Cartagena, ho incontrato un altro fenomeno, il bogotano Ismael Lopez, chef del ristorante del Capilla del Mar, con il Caribe il miglior hotel di Bocagrande. Ismael ha rivisitato e ingentilito la cucina della costa. Prima di lui era una negra statuaria, inguaiata in un vestito provocante, con scarpe bianche col tacco alto e troppo rossetto sulle labbra turgide. Ismael ha sfumato il rossetto, arginato il trucco pesante, attenuato i profumi aggressivi. Regalandole una nuova armonia, una grazia inedita, una levità impensabile. Un piatto su tutti. Aragosta delle Islas del Rosario – accompagnata da chips di frutti dell’albero del pane e da un trittico di riso – flambata col più povero dei liquori, il coco chevere. La regina dei crostacei innaffiata con un aguardiente da soli cinquanta centesimi. Antinomia audacissima per un piatto da incanto.




Guama – Sembra un rettile, invece è un frutto delizioso!

Il mercato di Bazurto è una città nella città. Una casbah senza musulmani. Un labirintico calderone di minutaglie, di montagne di pesce fritto, di migliaia di litri di sancochos che sobbollono bonificando coi lori effluvi l’aria malsana e fetida di Bazurto. Sui banchi degli ambulanti ci sono più pesci di quelli che potrebbe ospitare l’Aquarium di Okinawa. Tilapie, dentici, branzini, corvine, pesci-gatto, mojarras, sierras, sables, molto simili alle spatole, bocachicos del Sinù, con le loro inconfondibili carni salmonate, che si cucinano fritti, arrollados a la parilla o en cabrito, come piace alla gente di Barranquilla. Sui banchi dei macellai, fegati scuri, polmoni, carne salata, ossa, teste di maiale, milze, intestini, zampetti. Sulle bancarelle dei fruttaroli, igname, zucca a fette, yucca bollita, bottiglie di suero piccante, tonnellate di platano e tanta di quella frutta da farti girare la testa. Secondo Sartre le parole che servono a capire meglio un popolo sono quelle che non si possono tradurre. Sui banchi di Bazurto queste sono bocachico, carambolo, suero atollabuey, pomarosa, guama. La guama (o guaba) è uno dei frutti più bizzarri in cui sia mai incappato. Sembra un incrocio tra un rettile e un enorme carruba. Poi lo apri e i suoi frutti ti appaiono come avvolti in una bambagia. Deliziosi, dolcissimi, con una vaga somiglianza al mamoncillo. Fermentando la sua polpa e tritando e cuocendo il suo nocciolo, gli indios del Rio Vaupés ottengono una bevanda alcolica molto forte, addirittura narcotica.